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Elisabetta Gonzales

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Xelisabetta

MEMENTO AUDERE SEMPER http://www.flickr.com/photos/xelisabetta
May 13

Caos calmo??

...ma come si fa a chiamarlo "calmo"? Come può il caos essere calmo? E non può essere calmo. Eh no. No.
Sono le 6 del pomeriggio, guardo la mia scrivania in ufficio e vedo...il caos. Appunto. Che non è calmo, no no, è proprio bello incazzato, direi.
Cerco tra le carte, ma dove ho messo quel post-it? E però non si può, e non si può campare così. E mi maledico, come tutti i pomeriggi intorno alle 6, quando la giornata lavorativa sta più o meno per concludersi e io penso a tutto ciò che devo ancora fare nell'ora che mi resta, che non ho fatto nella giornata perché l'ho dimenticato. E il caos? 
E'  là.
Incazzato.
Non calmo, no! Incazzatissimo!!!
Mamma mia io non ce la posso fare.
Lo pensavo giusto stamattina, metre mi vestivo...ma dove sta il reggiseno nero? Nel cassetto della banhcieria? No, no, non è nel cassetto. Richiudo il cassetto. Che si incastra. Riapro e richiudo. Si rincastra. 'Fanculo. Forse è a lavare? Esco dalla stanza con l'accappatoio mezzo aperto e svolazzante, sembro batman che corre a salvare i più deboli. Via via verso nuove avventure... Invece sto correndo al cesto dei panni sporchi. Perché io sono in ritardo. Ritardo. Ansia. Ritardo.
Come sempre.
Ritardo cronico, lo chiamano. Eh sì, è cronico. Così, mentre scosto una ciocca bionda dagli occhi, che ovviamente ricade subdola dopo mezzo secondo, realizzo che no, non l'ho messo a lavare. Ah sì, volevo metterlo l'altro ieri, poi non ho più messo la camicia, quindi...uh, sì, deve essere sulla scrivania. Rifaccio il corridoio con la bat-mobile/accappatoio aperta e i piedi sclazi e ripiombo in camera.
Non può che essere dove temo che sia..ill nemico è lì: la temutissima scrivania! A noi due, bella mia! Affondo le mani in ciò che una volta era un tavolo, e ora è un refugium peccatorum. Jeans. Maglione. Maglietta. Maglietta pulita. Lettera della banca. Pochette. Maglietta. Ah ah! Reggiseno! ..uh no, è quello a balconcino. Calzino, Calza parigina (scompagna). Altra maglietta. Pulita (forse). Ma non si può campare così, eh no! E non si può! E su! Ma sembro una barbona! Ciocca sugli occhi. Ancora. Dietro-front della ciocca. Se avessi avuto il tempo di asciugare i capelli come Dio comanda, invece di puntarmi addosso il phon brandendolo come un mitragliatore, forse starebbero più ordinati. ma ero in ritardo. Appunto.
Il caos. Oddio che caos. Ecco. Io vivo nel caos. Che non è calmo!!! Basta, da domani si cambia regime, da domani tutto in lavatrice, tutto ordinato, letto rifatto tutte le mattine. Ci si alza prima, non si cincischia, si mette O-r-d-i-n-e!!! Uh. Il perizoma a fiorellini che non trovavo più. Sgualcitissimo, manco a dirlo. Se dopo aver lavato la roba la rimettessi anche nei cassetti... Fa capolino il bianco della scrivania sotto. Ma guarda...è bianca??
Reggiseno nero. Ecco! Vedi? Che ci vuole? Mi vesto di corsa (ansia, ritardo, anisa, ma porcadiquellamiseriaccialadrazozzadovecavolohomessolechiaviiiii) ed esco.
Esco e rifiato.
E per un attimo, mentre cammino e sento i miei tacchi muoversi in un tango lento e trascinato con l'asfalto, mi sembra di avere di nuovo tutto sotto controllo. Ma poi penso alla scrivania, a quella di casa, a quella dell'ufficio, ma poooorc ho lasciato il pc acceso,  mi si pianterà di nuovo tutto quanto e dovrò farlo ripartire a cannonate e certo se lo avessi fatto riparare prima che accadesse ora non starei così ma quando mai ho tempo io di fare tutte ste cose ma che vogliono il sangue da me perché sì insomma ho da pagare il telefono cacchio l'affitto del mese scorso o madonna e come faccio devo andare dall'oculista bastaaaaaaaaaaaaaaa!!
 
Il mio caos non è calmo. E' solo caos. Ce l'ho dentro, ce l'ho fuori. Ma soprattutto dentro.
 
Manchi molto, al mio caos. Gli manca il tuo ordine, il tuo ottimismo, la carica che davi alle giornate. Ma più di tutto gli manca la tua semplicità, la freschezza che intrecciavi ad ogni istante vissuto insieme.
Tu.
Mi manchi così tanto. Forse è per questo che vivo nel caos. E non trovo ordine nei miei pensieri.
Il mio caos è incazzato. E forse anche un pò triste.
 
 
 
March 18

Viaaaaaaa!!!

Sono riuscita a mettermi a sedere, finalmente. Arrivare a mettersi in ginocchio, per poi alzarsi, camminare e correre…beh, quella è un'altra storia. Ma accadrà, ovvio che accadrà di nuovo.

Sonia si è avvicinata e si è chinata su di me. Mi ha tolto un guantone, con movimenti lenti e delicati, senza fretta. Mi ha sussurrato in un orecchio "io ci sono" e poi, in silenzio, i nostri occhi hanno parlato, senza mai staccarsi. I miei, ancora gonfi di pianto e sangue pesto, hanno chiesto di non giudicare, di capire, di aspettare. I suoi, materni e comprensivi, hanno sorriso, infondendomi un po’ di coraggio. Ha appoggiato il guantone per terra, a poca distanza, e poi si è allontanata, continuandomi a guardare.

La forza di togliere l'altro dovevo trovarla da sola, c'era poco da fare.

E così sono stata lì, per un po’, in una posizione goffa e innaturale. Io da sempre combattiva ed aggressiva….ma forse solo in apparenza. Ho provato ad asciugare il sudore dalla fronte e dal viso, mischiato ancora a qualche lacrima. Ma la pelle era ancora troppo umida, la ferita ancora troppo fresca. E mi sono sentita così ridicola… uno stupido e patetico guerriero senza battaglie da combattere. E io lì, ad aspettare, aggrappata  boccheggiante alle corde di un ring tristemente vuoto. Il mio avversario ormai lontano, con la sua vita e la sua donna, senza di me, senza di "noi".

Le lacrime sono uscite di nuovo e il respiro mi si è fattopiù corto e si è aggrovigliato alla rabbia che mi è salita dentro arrampicandosi lungo i miei polsi e le mie braccia su per il petto e strisciando sulle labbra…viaaaa!!!! Via quel guantone, via tutto! Via! E così l'ho strappato, con le unghie, con la mano libera, con i denti, via quel guanto e quella benda sporca e lacera che mi stringe le dita, via!!!! Lontano da me, lontano anche lui, via via via via via...!!!

Via.

E poi mi sono guardata intorno. Il ring vuoto. Lui così lontano. La luce che filtra dalla finestra. Il mio corpo dolorante ma tremendamente vivo. Non sono ridicola….sono solo ferita.

A volte occorre capire.

E lasciare andare.

Dimostrare il proprio amore facendosi da parte. Perché il suo dolore era il mio dolore. La sua confusione la mia colpa. I suoi dubbi la mia condanna. La mia scelta la sua salvezza.

Ho guardato verso Sonia, e lei mi ha sorriso. "Adesso hai capito?" mi ha sussurrato.

Si è chinata su di me. Ed io ho afferrato la sua mano.

January 21

Adrianaaaaaaaaaa!!

Buio.
Buio totale.
Non vedo nulla.
Sento un ronzio nelle orecchie, insistente, fastidioso, penetrante. Mi sento avviluppare da una strana sensazione ovattata.
Mamma mia che botta.
Provo ad aprire gli occhi, piano, a fatica. Al buio ora si sono aggiunte le stelline intermittenti, mi sembra di stare in discoteca. Ma diciamo che è un pò meno divertente.
Sento freddo, freddo. Il respiro mi esce a fatica dalla bocca ed inizio a realizzare. Dove sono, chi sono, cosa è successo. Tutto riprende corpo. Il pavimento, su cui sono sdraiata supina, con la braccia ancora aperte. La mia schiena, dolorante al contatto con il marmo. Le orecchie ora non fischiano più, ballano direttamente la rumba. E sento caldo, caldo. Al viso.
Ahia il viso, ahia il naso, ahia tutto. Ahia. Mi scende una lacrima.
Un cazzotto in piena faccia, preso senza difendermi. E l'ho anche chiesto, io, il cazzotto. E l'ho abbassata io di proposito, la guardia. Gli ho detto "Colpisci, avanti, sono pronta. Abbracciami o colpisci duro. Sono qui, sono indifesa. E se cadrò...mi rialzerò". Lo so, l'ho detto. Ma non immaginavo che me lo desse sul serio, il cazzotto. Stavolta credevo che avrei ricevuto l'abbraccio, caldo e confortante, sincero e avvolgente...perché io, io ci tenevo, io ho combattuto per quell'abbraccio, mi sono messa a nudo per quell'abbraccio, non mi sono difesa, per quell'abbraccio. Ma l'abbraccio non è arrivato.
Mi scende un'altra lacrima. Non riesco ad alzare la testa, la sento pesante e vuota, come se fosse avvolta da uno strato spesso di piombo. Mi esce un singhiozzo che mi scuote il petto.
Ahia che male, che male.
Non c'è neanche bisogno di contare i secondi. Messa al tappeto in una sola mossa, un bel colpo calibrato e assestato. K.O., Signore e Signori!! Un'altra volta.
 
Toglietemi i guantoni. Da sola non ce la faccio. 
 
 
 
January 07

Porca miseria

E' in questi giorni del cavolo che ti rendi conto di quanto sei fortunata quando tutto va (più o meno) liscio come l'olio. E di quanto si è idioti quando ci si lamenta perchè magari è brutto tempo, o perchè ha perso la Roma, o perchè non hai trovato al supermercato la marca di succo d'arancia che ti piace.
Invece ci si dovrebbe ricordare di queste giornate qui, quando hai talmente tanta rabbia in corpo che vorresti picchiare la tua vicina di scrivania che non ha un cavolo da fare mentre tu ti fai il mazzo da ore senza neanche poter andare a fare la pipì, vorresti mandare a fanculo il tuo capo, prendere a martellate il tuo pc che non collabora e a sassate lo schermo, quando senti risuonare l'ennesimo "plin" e un alert del piffero ti dice che è arrivata l'ennesima mail con l'ennesima richiesta di lavoro, ma tu HAI SOLO DUE MANI PORCA DI QUELLA MISERIA LADRA E ZOZZA!
Quando pensi al tuo conto in banca e all'affitto e alle bollette da pagare e una voragine ti si apre nel petto, inghiottendo ogni minima traccia di ottimismo. Quando trattieni le lacrime in tasca. E tutti i tuoi sforzi ti sembrano inutili, qualsiasi cosa tu faccia.
Quando sai che basterebbe calmarsi un po', tentare di riacciuffare il proprio equilibrio che è andato a farsi benedire, ma la paura attanaglia lo stomaco. E ti chiedi cosa ne sarà di te, se sarai in grado di andare avanti e bene da sola, ancora una volta.
PORCA MISERIA, PORCA MISERIA, PORCA MISERIAAAA!!!
 
Non mi arrendo.
Finirò questo cavolo di scadenza, dovessi restare a lavorare stanotte.
Basta perdere tempo e piangersi addosso.
 
Porca miseria.
 
La mia vita è troppo preziosa per sprecarla dietro a tutto questo.
July 17

Però.

Domani. Domani sarà un anno.
Ma che importanza ha una data? Che peso può avere un numero stampato su un calendario? Mi aiuta forse a stare meglio. o peggio? Mi aiuta forse a riaverti indietro?
Però.
Però il mio corpo lo sa, che domani è il 18. Lo sa la mia mente, lo sanno le mie mani, le mie lacrime, la mia anima. E' l'istinto? O forse è solo il dolore, puntuale come il destino...
 
Però.
Ricordo il momento in cui ho capito di essere tornata indietro, indietro di nuovo alla vita. Ero per strada, come tutte le mattine, e guardavo il Tevere alla mia destra snodarsi come un serpente sonnacchioso. Un clacson. Un sussulto. Un altro clacson, forte, nelle orecchie. Una persona, in fondo, che rideva con un'amica. Ride, lo sento, ne sento la voce, ma perché parla così forte? Il sole, ma c'è il sole? Dio come accieca! Ma come mai c'è 'sto traffico stamattina? E' tutto così...rumoroso!
Poi ho compreso: avevo dimenticato l'ipod a casa. Non avevo la musica sparata nelle orecchie, il mio filtro con il mondo, quello che attutiva tutto e tutti, per non pensare, non toccare, non vivere, non soffrire, non comunicare, non essere.
 
Adesso voglio pensare, toccare,vivere, soffrire,comunicare, essere. E non porto l'ipod. Canticchio le parole dei Pink Floyd " I took a heavenly ride through our silence/I knew the moment had arrived/For killing the past and coming back to life".
 
Mi hai dato tante cose, papà. La vita? Sì, due volte. la prima, quella della carne. La seconda, quella dell'anima. Non sono solo banali, stupide parole. Ora ho la consapevolezza. Di tutto ciò che mi circonda e che sono. Lo devo a te, alla tua morte, inevitabile e crudele. Papà, papà, che darei per abbracciarti di nuovo, anche solo per un istante. Per dirti che ho capito e che probabilmente, se ti avessi ancora qui, staremmo litigando e sbattendoci la porta in faccia. Ma so che ora saresti fiero di me, e di ciò che sto cercando di diventare, strisciando-urlando-combattendo-sbagliando-arrancando-raggiungendo-migliorando-piangendo. Vivendo.
 
Papà. Papà. Papà. Ripeto solo questa parola. Dentro. Papà.
 
Non serve dire niente altro, niente più. Ciao, papà.
 
 
 
April 12

e poi...

....immagino che poi arriverà anche il momento in cui non mi tremeranno le mani, le gambe, i piedi, la testa, il cuore e tutto ciò che può tremare quando ti incontro per un secondo sulla mia strada...
March 19

Ma come...

"Ma come hai fatto a scendere tanto in fondo dentro di me da restare ancora aggrappato alla mia vita?
 
Ma quanto tempo dovrà passare ancora senza che i miei occhi tremino guardandoti?
 
Ma quante volte ancora dovrò darmi della scema per averti lasciato andare?
 
Ma quante volte ancora dovrò autoconvincermi che non devo dirti cosa provo perché tanto tutto è perduto?
 
Ma quante volte ancora ripasserò tutti i miei gesti per capire dove diavolo, porca miseria, ho sbagliato?"
 
Lei se lo chiedeva, torturandosi la mente, mentre il mondo le scorreva intorno, al di là del finestrino dell'autobus e del suo riflesso stampato sul vetro.
 
 
 
December 24

The blond warrior

In piedi davanti a una finestra, alla vigilia di Natale.
Le mani in tasca.
Il tempo scorre.
Il silenzio mi avvolge.
Il cielo è color cobalto, mi ricorda tanto un quadro di Magritte che vidi a una mostra, tanto tampo fa.
La sera sta scendendo sui palazzi.
Vedo qualche luce dell'albero che è alle mie spalle riflettersi sul vetro. Ho cambiato posto, quest'anno, all'albero, quell'albero che non volevo addobbare, non stavolta. Ogni filo, ogni pallina, ogni nastro è stato pesante nelle mie mani, più pesante di un blocco di cemento.
E' il mio primo Natale senza di te, papà. Sapevo che sarebbe stata dura, ero preparata. Da brava guerriera ho allestito il mio piano di battaglia, come faccio da sempre; ho cercato la grinta, ho soppesato le capacità del mio nemico facendomi film allucinanti sul cosa e sul come. Tutte le possibilità vagliate, lucidata anche l'armatura. Lo sai come sono fatta, no? La mia mente può correre più veloce del più veloce alito di vento.  Eppure adesso sto qui in piedi e non muovo neanche un muscolo, mi sento come una statua di sale che rischia di sciogliersi alla prima lacrima. La mia spada mi scivola di mano. Non ho la forza di impugnarla.
Le mie parole sono così stanche, papà. Sono stanche di affannarsi a spiegare, a dare un senso a questo vuoto e a questa solitudine incommensurabile.
Mi sento come una farfalla notturna attirata dalla luce che brilla dall'esterno, e sbatte contro il vetro, e sbatte, sbatte, sbatte e caparbiamente continua a sbattere, per andare verso quella luce, per tornare a volare libera. Ma sbatte.
E' Natale, papà, quel Natale che tu non amavi. Ogni anno litigavamo, per un motivo o per un altro, e ci gridavamo contro "questa è l'ultima volta che festeggiamo, basta!!!".
E invece t'ho fregato, anche questa volta. Come vedi, alla fine, stiamo festeggiando. E lo so che ci sei anche tu. Da qualche parte.
Vieni papà, litighiamo un pò. Continuiamo a gridarci contro l'un l'altra. Io riflessa dentro di te, tu riflesso dentro di me.
 
 
 
 
 
 
November 25

Fugit amor

Tutte le mattine esco dal cancello di casa mia, lo sento chiudersi dietro le mie spalle. Attraverso la piazza e osservo il mondo intorno a me, alzando gli occhi verso il cielo ed i palazzi, facendo scivolare lo sguardo sulle macchine, i passanti, sulle foglie per terra. Poi arrivo alla fermata dell'autobus e cerco il mio angolino. Il mio angolino di sole.
 
Sì, perché a quell'ora il sole fa capolino dietro ad un palazzo... è una piccola, minuscola fetta di sole, non più grande di mezzo metro. Io mi metto là, accendo l'ipod e aspetto. Aspetto che il sole inizi a scaldarmi. Aspetto quella carezza che arriva da dietro, sui miei capelli. Aspetto quella carezza che mi fa sentire un pò più al sicuro.
Mi stringo nel cappotto e mi isolo dal resto. A volte vorrei chiudere gli occhi per far scendere quel calore un pò più dentro, in fondo, in fondo, ti prego, un po di più. Ti prego scalda la mia anima, la mia anima tormentata e dilaniata, la mia anima che non ha più pace.
 
Fugit amor. Sto fuggendo, sto fuggendo perché è giusto così.
 
Fugit amor. Ma se fuggo, qualcuno mi inseguirà?
 
Fugit amor.
 
La mia anima. La mia anima non ha più pace.
 
 
 
 
 
October 19

Riflessioni notturne

«Una volta un re fece una festa e c'erano le principesse più belle del regno. Ma un soldato che faceva la guardia vide passare la figlia del re. Era la più bella di tutte e se ne innamorò subito. Ma che poteva fare un povero soldato a paragone colla figlia del re! Basta!

Ma, finalmente un giorno riuscì a incontrarla e le disse che non poteva più vivere senza di lei. E la principessa fu così impressionata del suo forte sentimento che disse al soldato:

"Se saprai aspettare cento giorni e cento notti sotto il mio balcone, alla fine, io sarò tua."

Ma, subito il soldato se ne andò là e aspettò un giorno, due giorni e dieci e poi venti. Ogni sera la principessa controllava dalla finestra ma quello non si muoveva mai. Con la pioggia, con il vento, colla neve era sempre là. Gli uccelli ci cacavano in testa e le api se lo mangiavano vivo ma lui non si muoveva.

Dopo novanta notti era diventato tutto secco, bianco e gli scendevano le lacrime dagli occhi e non poteva trattenerle poiché non aveva più la forza nemmeno per dormire... mentre la principessa sempre lo guardava.

E arrivati alla novantanovesima notte il soldato si alzò. si prese la sedia. 

E se ne andò via».

 

 
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